Avanti, proviamo a immaginare il mondo, la Terra, l’universo stesso con le sue ormai dimenticate gallerie d’arte fra mille anni, anzi, proviamo a intuire gli occhi di coloro che dovranno prendere visione di molti oggetti sconosciuti all’apparenza, le stesse creature che magari proveranno a catalogare, testualmente, ogni cosa sotto la voce misteriosa e insieme magica di “Manufatti del passato”. Tutte forme cui dare in prospettiva un nome, una funzione, un senso, un destino.

     Esatto, oggetti, suppellettili, cose, intorno alle quali interrogarsi, perfino rispetto al loro uso concreto o, perché no, fantastico, ludico; artistico, perfino. Già, se si trattava appunto di materiali d’uso concreto o piuttosto di invenzioni, proprio di manufatti artistici realizzati per diletto inventivo: un modo di declinare o magari “plasmare” la forma, le forme, la materia, il sensibile naturale e anche la fisica fantastica.      

    Immaginiamo pure che fra mille anni la nozione di arte, così come la custodiamo adesso, sarà stata infine tralasciata, forse perfino ritenuta desueta, scaduta, “bucata”, tarlata, dunque, come gli archeologi, i nostri pronipoti dovranno cercare di capire ogni singolo tassello di ciò che noi, oggi, abitualmente chiamiamo “sculture”, “opere”, “lavori”. O, forse, associando ogni oggetto al design, definiamo, tecnicamente, “soprammobili”.  

     Sarà davvero meraviglioso fra mille anni, o forse già da adesso, osservare le sculture di SoloEva rimanendone sorpresi, abbagliati, posseduti dal rompicapo sia formale sia estetico che giunge dalla loro bizzarria, ricordando magari, come disse qualcuno già al tempo di Picasso, che non abbiamo più bisogno di chiamarci artisti lasciamo questa splendida parola ai parrucchieri e pedicure.  

     Ciò che adesso importa intuire, sempre in presenza dei lavori di SoloEva è che nell’arte conta sempre e soltanto il gioco, come accadeva con l’antico Meccano e forse anche con i mattoncini del Lego, nel gioco combinatorio di una costruzione fantastica, fosse anche una torre di Babele destinata a mostrarsi su uno scaffale o sulla base di un percorso espositivo.

    In questo senso i lavori di SoloEva custodiscono e mostrano la stessa assolutezza del principio della creazione, dove l’artista si fa architetto del cosmo e delle sue forme…

    E mentre dico così mi viene in mente la copertina di un Oscar Mondadori dedicato alla storia del Dadaismo, un libro tascabile che mostrava una scultura (opera del 1917 di Morton Schamberg, tra i primi artisti americani a esplorare le qualità estetiche dei soggetti industriali) intitolata per l’appunto “God” (Dio), nient’altro che un tubo metallico proveniente da una conduttura idrica modellato su se stesso, il modo più semplice e immediato per restituire l’idea che l’arte non conosce limiti nella ricerca delle sue forme e del suo ininterrotto bisogno di piacere. D’altronde, non è forse con Eva che ha inizio l’universo?

 

Fulvio Abbate

2019 Eva Audizi